Archivio mensile:settembre 2016

Quella fantomatica azione a distanza

Parli – peraltro molto di sfuggita – di applicazioni quantistiche (vedi l’articolo Letture “da bocconiani” pubblicato qualche giorno fa) ed ecco che ti spuntano gli entanglement!

Sicuramente anche questo è “fantomatica azione a distanza“, come già la definiva Einstein stando alla narrazione di Siegfried (v. citato volume “È la matematica, bellezza!”, Bollati-Boringhieri 2011, pag. 225).

Sarò una purista del mondo-che-non-ti-si-liquefa-sotto-i-piedi, ma l’argomento delle applicazioni quantistiche un po’ m’inquieta e un po’ mi delude.

M’inquieta (come apparentemente inquietò il padre della Relatività) prendendo atto che la scienza moderna è disinvoltamente passata, senza avvisare o avvisando molto molto sottovoce, dalla materia solida ad una nuova “materia” fatta di onde e di probabilità, fenomeni molto più impalpabili e sottili, e oggi si entusiasma di aver dato un “corpo”, un nome e delle regole a ciò che normalmente sfugge alle rigide regole del mondo “fisico”.

Un po’ mi delude d’altra parte perché gli articoli che entusiasticamente presentano l’argomento (in particolare il sogno dei “computer quantistici”), come il lungo e peraltro simpatico intermezzo condito di esempi sul Capitano Picard di Star Trek NG nel volume di Siegfried, o il recente articolo di “Le Scienze” sull’argomento, più di tanto non possono fare se non raccontare i comunque interessanti sviluppi finora portati avanti nella ricerca, e proiettarsi in possibili applicazioni, non ultimo il “teletrasporto”, perlomeno di informazioni.

Ma per restare su Star Trek, la storica saga di fantascienza adatta a svelare senza equivoci né trucchi quantistici l’età di chi scrive, ricordiamo come proprio il primo film di fine anni ’70, quello che lanciò la fortunatissima serie TV, cominciava con un incidente al teletrasporto, e con l’immancabile biasimo etico sulla temerarietà dello sviluppo scientifico da parte dell’umanissimo dott. Mc Coy …

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La sala teletrasporto di Star Trek Next Generation, fonte: Wikimedia Commons (Konrad Summers)

… ebbene, lo ammetto francamente: io sono un po’ rimasta lì, a quella sfuriata da petulante “medico di bordo”. Mentre altri speranzosamente attendono che la mise-en-scene di Star Trek – ora che il londinese “bar dell’Accademia”, oltre ad essere passato di moda, sarebbe pure fuori UE – diventi finalmente realtà!

Che dire: … buona fortuna! … e occhio all’entanglement!

 

 

 

Letture “da bocconiani”

Ho appena finito di leggere l’interessantissimo volume di Tom Siegfried “E’ la matematica, bellezza!”, dedicato a John Nash e al suo originale contributo alla Teoria dei Giochi.

L’interesse della scienza moderna per questa branca della matematica merita in effetti un approfondimento visti i tempi correnti. Tutti bene o male sappiamo che la teoria dei giochi è nata in tempo di guerra, poi applicata all’economia mentre ha trovato, con sorpresa dei suoi stessi pionieri, fertile terreno in biologia e di conseguenza anche nelle scienze sociali e in geopolitica (e qui il cerchio si chiude).

Conoscere alcuni “meccanismi” – spesso più filosofici che non strettamente matematici – che sottendono discipline così cruciali per la gestione del “bene comune”, può risultare molto edificante da molti punti di vista.

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Il libro di Siegfried, oltre ad essere di piacevole lettura ma anche abbondantemente farcito di bibliografie specialistiche di riferimento, ha secondo me il pregio di contestualizzare molto bene il discorso sugli intenti e i diversi orientamenti che questa teoria matematica tra le più complesse e ricche di sfide ha visto – a volte molto rapidamente – trasformarsi nel susseguirsi dei decenni nel secolo scorso, il secolo della mutevolezza per antonomasia.

Negli anni sessanta, ancor prima che la maggioranza degli economisti iniziasse a prendere sul serio la teoria dei giochi, parecchi biologi si accorso che essa avrebbe potuto essere utile per spiegare alcuni aspetti dell’evoluzione.

(T. Siegfried, “E’ la matematica, bellezza!”, Bollati-Boringhieri 2011, p. 97)

Di taglio molto divulgativo, pur divagando parecchio dalla promessa del sottotitolo (la storia di Nash e la sua specifica teoria sono soltanto il punto di partenza per una serie di sviluppi che arrivano fino alle applicazioni “quantistiche”) il volume tocca argomenti basilari come la probabilità e la statistica illustrandole con un approccio informale ma incisivo, e divaga piacevolmente sul lato filosofico della possibile applicazione della teoria dei giochi a discipline di confine tra l’umanistico e lo scientifico come la biologia, la sociologia e l’economia per citare le principali. Non guasta d’altra parte ricordare che Nash ricevette il premio Nobel proprio per l’Economia nel 1994.

Per citare Colin Camerer, “la teoria dei giochi è stata creata per fornire un linguaggio matematico adatto a descrivere l’interazione sociale”

(T. Siegfried, “E’ la matematica, bellezza!”, Bollati-Boringhieri 2011, p. 206)

Un intermezzo particolarmente interessante e di piacevole lettura riguarda infine l’applicazione della teoria dei giochi allo studio delle reti… si troveranno fra le righe informazioni interessanti sulle dinamiche che regolano social network “di lavoro” come LinkedIn …

Per non raccontarvelo tutto prima che possiate leggerlo, che altro dire… decisamente una lettura “da bocconiani”!

 

… perchè non siamo mica qui a calcolare radici quadrate !

Se il matematico creativo può eventualmente trovare topologicamente interessante anche pettinare le bambole, sicuramente non è vocazione di nessuno passare la vita a calcolare radici quadrate, con buona pace delle calcolatrici elettroniche!

Non per niente il buon Pitagora “inventò” le famose terne che portano il suo nome. In altre epoche e culture, sappiamo che il parimenti buon Abu-l-Wafa al-Buzjani, nel X secolo del nostro calendario, utilizzava la terna 3-4-5 per verificare la perpendicolarità – e non di cateti di triangoli inventati ad hoc per fare esercizi, ma di muri ed angoli di pavimenti, stante che era un geometra e architetto tra i più sapienti della sua epoca, per inciso padre -tra le molte cose – della moderna trigonometria.

Il (un) fascino delle terne pitagoriche sta nel fatto che permettono di creare senza fatica infiniti triangoli rettangoli apparentemente diversi fra di loro: lo studente diligente e accorto si rende facilmente conto, dopo i pochi primi esercizi proposti dal libro, che i numeri in ballo sono sempre gli stessi, o perlomeno risultano fortemente imparentati fra di loro. Se ha avuto anche un insegnante accorto ( = che gli ha spiegato le terne pitagoriche evitando di considerarle una perdita di tempo), si sarà a quel punto accorto (e scusate le ripetizioni) che gran parte degli esercizi si risolvono facilmente con l’uso delle terne: niente di più difficile di un 3-4-5 o più rare volte un 5-12-13 per non dire qualche sporadico 7-24-25.

I problemi che presentano come dati di partenza le proporzioni tra i lati, poi, sono il più delle volte fatti per lasciar trasparire la terna sottostante, cosa che permette di risolvere il triangolo con pochi semplicissimi calcoli in aritmetica di base. Ricordo perfettamente quanto insistette su questo punto il mio insegnante di quinta elementare! Peccato invece trovare talvolta oggi, persino nel biennio superiore, chi delle terme pitagoriche non sospetta neppure l’esistenza, e instrada gli studenti a un diligentissimo uso della calcolatrice per ottenere risultati approssimati, il più delle volte senza nemmeno introdurre la minima consapevolezza sul fatto che le macchine – più degli esseri umani – sono soggette all’errore.

Alla domanda allora “a cosa serve” che gli studenti si tramandano speranzosi di una risposta di generazione in generazione, il rischio è che si debba rispondere un serio e sincero “solo a farti prendere dimestichezza con il concetto”. Perché a parte forse il Flatiron building di New York, il famoso “ferro da stiro”, tanti triangoli rettangoli con cui avere a che fare “nella vita di tutti i giorni” non è che se ne trovino: non tutti gli angoli di strada sono quello tra la Fifth Avenue e Broadway!

flatiron_crop

E non tutti gli architetti si chiamano Abu-l-Wafa, che misurava l’angolo retto con una “squadra” di lati 3-4-5! E in ogni caso da noi le “squadre” sono costruite sulla misura degli angoli (triangolo rettangolo isoscele con gli angoli acuti di 45° e metà del triangolo equilatero con gli angoli acuti di 30° e 60°) e non sulle proporzioni dei lati. Paradossalmente forse proprio per l’eredità di quel che Abu-l-Wafa ci ha genialmente tramandato: scherzi del destino e della storia!

E tant’è … pare tra l’altro che le nostre “pitagoriche” amiche venissero in realtà dalla Cina, ma questa, forse potrà essere un’altra pagina futura di questo blog.

 

Condividi et impera

Nell’epoca dei social media, sembra diventato anacronistico parlare di “proprietà intellettuale”: le idee circolano alla velocità del pensiero (e a quale altra dovrebbero?) e le regole del web-marketing stabiliscono che “dopo un tot che girano” siano elette a trend, o per dirla in italiano a tendenza di costume.

Così – credo di poter dire – nasce la nuova cultura anche cartacea dei post-millennials. E mentre i “nuovi dirimpettai” diventano i frequentatori delle “social street”, mentre gli ex smanettatori di gameboy (o di ameboidi, come mi suggeriva il correttore automatico) vanno a caccia di luoghi d’arte con la scusa di visitare fantasmi (o era il contrario?) e mentre ancora la didattica online la si fa preferibilmente scrivere agli studenti – “specie quelli creativi che giocano ai quiz elettronici”, mi vien da citare – il web, lo spazio social, diventano il terreno di libera caccia dove possibilmente accaparrarsi qualsiasi cosa non sia stata diligentemente protetta con un qualche grado di disciplina stile “creative commons” – il cui utilizzo, per inciso, richiede una percentuale di vite parallele a disposizione almeno pari a quelle necessarie per portare avanti una seria caccia ai famosi fantasmi culturali con il Pokemon Go.

Resta il dilemma sempre più amletico: posto o non posto? Mi ritaglio un po’ di visibilità gratuita sapendo che qualcuno approfitterà senza scrupoli di coscienza del mio “regalo”, o resto in un benedetto anonimato condividendo con i miei “amici” – quelli veri, pochi e intimi e perlopiù digiuni di matematica – le mie quattro idee che credo di poter dire “buone”?

Riflettendoci, sono sicura che alla fine la risposta giusta sta in un modello predatore-preda: se la preda smette di pubblicare le sue idee, il predatore cosa pubblicherà? Ma se il predatore non è soltanto tale, ma ha a  sua volta delle idee, non potrà la preda stessa invertire il suo ruolo e approfittarne per tenere vivo il suo spazio vitale sul web?

Al vivace lettore trovare (eventualmente su Google) l’equazione di questo modello : possiamo chiamarlo “predatore-preda a ruoli alternati”? 

E no, lo so cosa state pensando: per come la vedo io,  non è la stessa cosa della simbiosi. E se per puro caso fosse un’idea nuova… vedete un po’, ve la sto servendo su un piatto d’argento, fatene buon uso 😉 🚴🏻🚴🏻🚴🏻

~ gabriella giudici

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